Abbiamo fatto del nostro meglio per il PD? Una riflessione di Walter Tocci in occasione della manifestazione unitaria della sinistra PD del 12 dicembre a Roma.

Partiamo da una domanda sincera: abbiamo fatto del nostro meglio per il PD? Certo le abbiamo provate tutte, con l’emendamento, con la polemica e altri perfino con la rottura. Diversi modi di stare in minoranza, ma nessuno davvero efficace. Non siamo riusciti a influenzare l’indirizzo prevalente. Forse abbiamo preteso troppo. Il fronte della critica è stato molto più ampio delle nostre forze. Se avessimo tentato un affondo su una sola questione – il Jobs act o la scuola o il premierato – avremmo ottenuto un risultato esemplare e riaperto la prospettiva. È prevalso invece un mix di massimalismo verbale e accordi minimali, come accadeva ai socialisti di un tempo.

Così a me sembra, ma si possono dare spiegazioni diverse del nostro insuccesso. Parliamone in questo nostro incontro, altrimenti rischiamo di unire tre debolezze. Invece, da qui può sorgere una nuova forza se prendiamo congedo dai modi già esperiti di stare in minoranza, anzi se non ci sentiamo più minoranza, ancora meglio se decidiamo di comportarci come fossimo la maggioranza del partito. Bisogna pensare in grande per diventare più grandi.

Vogliamo spostare l’asse politico, ma non solo; prima bisogna rimuovere la zavorra che impedisce al PD di volare. Dalla sua ideazione sono passati quasi dieci anni. Possiamo dire che la realizzazione è coerente con le speranze di allora?

Abbiamo immaginato il partito degli elettori, ci ritroviamo il partito degli eletti. Volevamo costruire una moderna forza popolare, si è affermato un ceto politico autoreferenziale. Volevamo rinnovare la classe dirigente, non abbiamo candidati vincenti nelle grandi città italiane. Diciamoci la verità: il partito che sognammo non è mai nato. È cresciuta invece una forma politica di natura diversa. Nel laboratorio del dottor Jekyll è nato mister Hyde, una sorta di partito in franchising costituito di notabili che gestiscono il territorio, tenuti assieme da leader mediatici che curano il brand. Nessun leader ha mai impedito lo strapotere dei notabili e questi non hanno mai messo in discussione le svolte nazionali. Prima erano tutti veltroniani, poi bersaniani e infine renziani, continuando a fare le cose di sempre.

Questa forma politica realizzata produce effetti molto negativi: chiude le porte alla partecipazione dei nostri elettori, è abbarbicata agli apparati pubblici e ne impedisce la riforma, seleziona per fedeltà il personale politico a discapito della qualità. La mutazione viene da lontano, ma diventa eclatante con Renzi. Proprio perché è un leader più forte mette a nudo la debolezza del partito ormai incapace di produrre politica e di esprimere una classe dirigente in diverse città e regioni.

Siamo a un bivio: il PD non più o non ancora. Se comandano solo i notabili e il capo mediatico non ha più senso chiamarlo partito democratico. Se invece pensiamo a quanto l’Italia di oggi abbia bisogno di alta politica, il progetto che non abbiamo ancora realizzato diventa una stringente necessità. Proponiamo una Costituente del vero PD, una grande conferenza da tenersi in primavera per raccogliere le migliori proposte e valorizzare le esperienze più ricche. Accantoniamo per un momento le divisioni tra maggioranza e minoranza, progettiamo insieme una nuova forma partito, poi si farà un vero congresso sulla linea politica e sul leader.

Intanto, mettiamo a frutto le risorse mai finora utilizzate: elettori esigenti che chiedono rigore morale e sono disposti a mobilitarsi per le grandi idee; un patrimonio ancora ricco di militanti che si impegnano per passione politica. Chiamiamoli tutti a decidere sulle scelte importanti con i referendum, i forum, i gruppi tematici, utilizzando anche la rete per condividere le proposte.

Dalla Costituente possono scaturire innovazioni profonde.

1. La rete dei circoli dovrebbe diventare una grande Università popolare per la formazione politica, per fornire gli strumenti critici di intervento sui problemi di governo del paese e del mondo, senza rimanere in balia della comunicazione mediatica. Soprattutto per i giovani dovrebbe diventare una peculiare occasione, non disponibile in altre agenzie formative, che unisce teoria e pratica, conoscenze e azione sociale o amministrativa. Ci vorrebbe una sorta di Erasmus per dare la possibilità ai giovani militanti di fare esperienza presso altri partiti democratici in Europa e nel mondo. Le feste dell’Unità, invece dei soliti dibattiti in stile Ballarò, dovrebbero offrire una sorta di Expo delle migliori pratiche realizzate dai giovani nelle amministrazioni locali, nelle associazioni, nelle imprese e nei sindacati.

2. Fino a quando sopporteremo una sinistra senza popolo che vince nei quartieri borghesi e perde nelle periferie sociali? Proprio nei luoghi del disagio le nostre bandiere sono spesso in mano ai notabili che elargiscono favori in cambio di preferenze, che creano sudditi devoti invece di rendere protagonisti i cittadini. Un moderno partito popolare deve essere capace di migliorare la vita quotidiana delle persone più bisognose, deve dare potere a chi non ce l’ha, rafforzare i diritti, promuovere la cittadinanza attiva e garantire risposte di governo trasparenti ed efficaci.

3. Quali riforme servono all’Italia? Proprio quelle più trascurate nel ventennio passato: la lotta alle povertà vecchie e nuove, la strategia per il Mezzogiorno in chiave euromediterranea, il salto della rana dell’investimento in conoscenza e formazione. Ma non si realizzano per editto, ricorrendo solo e sempre a nuove leggi che spesso producono alluvioni normative senza risolvere alcun problema. Servono politiche pubbliche lungimiranti, di ampio respiro culturale e organizzativo, capaci di generare nuove relazioni sociali ed economiche. E serve un partito capace di mobilitare i riformatori che stanno già facendo qualcosa di nuovo.

4. Siamo entrati nel PSE proprio mentre l’edificio cominciava a traballare. Oggi siamo la componente più grande e abbiamo la responsabilità maggiore nel ricostruire la sinistra europea. È un compito arduo, non può ridursi ai discorsi mediatici, né va confuso con le relazioni intergovernative. E non basta chiedere flessibilità nei conti e una ripartizione equa della quote. La sinistra italiana deve proporre una svolta geopolitica dell’Europa, perché si prenda cura del Mediterraneo, almeno con lo stesso impegno profuso a suo tempo verso l’Est. La storia torna a scorrere nell’antico mare, che segnerà nel bene e nel male il destino del secolo appena cominciato: la pace e la guerra, il confronto tra le religioni monoteistiche, le grandi migrazioni, la riconversione energetica ed ecologica, la cooperazione economica tra le aree sature del Nord e i paesi in crescita al Sud.

Non siamo l’opposizione nel PD, proponiamo nuove ambizioni per il partito democratico.

Walter Tocci

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