Dico una cosa vecchia, abbiamo bisogno di un congresso che unisca.

Il mondo sta cambiando e in peggio. La destra rinasce dietro una nuova ideologia che esalta l’autoritarismo populista, spopola il sovranismo che altro non è che la riedizione del nazionalismo e contestualmente arretrano le libertà personali e il diritto. La sinistra che fa? Si divide. Tutto quello che serve per accelerare la disgregazione lo stiamo facendo. Il segretario sembra preda di un demone autodistruttivo e vagheggia di un 40 % pronto ad incoronarci, i suoi avversari guardano alla politica come ad una vendetta, in cui l’entità del danno inferto è la misura del proprio successo. Una follia! Provo a dire la mia, col dubbio fondato di essere io il folle.

La legge elettorale vigente è di fatto un proporzionale, dato il risultato referendario e il clima politico sarà difficile un ritorno al mattarellum, con buona pace di chi come me la ritiene la legge migliore. Con il proporzionale, a prescindere dalla data del voto, chiunque arrivi primo alle prossime elezioni non potrà governare. Quello che ci aspetta è un ritorno a piedi pari nella prima repubblica, col suo corollario di accordi tra i partiti, coalizioni e governi deboli e brevi. La prossima legislatura sarà condannata alle larghe intese, sia che di voti nel 2017, sia nel 2018. Il voto non risolverà nessuno dei problemi degli italiani e paradossalmente nemmeno i problemi della politica, darà al Paese un altro governo debole. Aggiungo una mia previsione, anche se il PD dovesse essere il partito più votato, Renzi quasi certamente non farà il capo del Governo. D’altronde se lui si ostina a non voler fare i conti con i suoi errori, qualcun altro si incaricherà di farlo per lui e contro di lui, anche tra i futuri alleati. Discutere di quando si va al voto è tedioso e inutile, concentrare però la propria strategia politica sul voto è persino peggio.

Se si consolida l’ipotesi di una legge proporzionale con sbarramento al 3% aumenteranno le liste e il Pd si spaccherà, con la beffa di vedere la politica motivare idealmente la propria contabilità elettorale. La deriva dei personalismi è evidente, chiunque sia stato due volte in televisione si candiderà a tutto, i fantasmi torneranno dal passato, non mi stupirebbe rivedere in campo anche Mastella, e temo che la seconda repubblica, defunta il 4 dicembre 2016, sarà presto rimpianta. Se le elezioni e il congresso vengono usate da parte di Renzi e dei suoi avversari solo con l’idea di contarsi il risultato sarà disastroso.

Abbiamo bisogno di un congresso che unisca e ridefinisca le basi comuni. Le sinistre europea e americana sono in stato comatoso, prive di prospettiva e di ideali, non c’è spazio per reciproche rivincite, il PD ha bisogno di un confronto serio sulle idee. Se nel partito ci sono dei veri leader, oggi non dovrebbero occuparsi solo di organizzare le truppe, dovrebbero invece impegnarsi a dare risposte. Qual’è l’alternativa alla nascente ideologia sovranista e autoritaria che sta facendo innamorare gli elettori di democrazie vecchie e nuove? Quali ricette offre oggi il campo progressista per uscire dalla crisi economica, visto che il nostro riformismo risulta agli elettori corresponsabile della crisi o quantomeno indistinguibile da quello delle destre? Quale risposta offriamo alle enormi diseguaglianze economiche e sociali che mettono in movimento le masse di disperati dal sud del mondo? Come si estendono diritti e tutele senza la spinta della crescita economica e in una società sempre più illiberale? Poi ci sono i temi nostrani, sicurezza, lavoro, ambiente etc. Pensiamo di rispondere a questo con le correnti personali, i tweet, i gazebo?

La mia proposta è: 1. lascir governare Gentiloni, mi verrebbe da dire serenamente ma è meglio evitare; 2. dedicare una affettuosa attenzione al partito per tenere insieme i pezzi; 3. aprire un congresso con l’obiettivo di consolidare il PD e se possibile dare risposte alle domande importanti di cui sopra. Il terzo punto è il più importante e la mia proposta per fare un congresso utile è quella di anticiparlo con una premessa costruttiva. Un preambolo direbbe qualcuno. Affiderei a tre saggi esponenti della cultura di sinistra di preparare un documento sul futuro, che affronti i grandi temi del mondo e del Paese e incornici il dibattito successivo. Poi su quel quel documento comune avvierei la discussione interna. Una cornice in cui ci stiano tutte le posizioni attuali e se possibili anche persone o gruppi che pur guardando a noi oggi si sentono esterni o lontani dal PD. Solo dopo aprirei il vero e proprio congresso per decidere la linea politica e definire il gruppo dirigente e infine andrei al voto forte e unito. Si può fare. Se poi fossi in Renzi farei questo percorso da dimissionario, mostrando come ha fatto in passato che non ha paura di offrire il campo aperto al confronto, in cui lui, grazie a capacità che io certamente non ho, potrà riemergere, vincitore e pienamente legittimato. Il renzismo non è un fenomeno passeggero è diventato oggi un pezzo della cultura politica della sinistra italiana ed ha il sostegno di molti cittadini anche se non il mio, usi Renzi questa sua forza per affrontare la complicata situazione attuale e non la sua posizione di potere, che seppur legittima, dopo il 4 dicembre, gli piaccia o non gli piaccia, non è più tale.

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