Il presidente Grasso fa bene ad insistere, ma ci sono almeno due questioni.
La prima: servirebbe una Commissione parlamentare che metta ordine e renda conoscibile l’immenso lavoro che è già stato fatto. Prima di tutto il lavoro fatto dalle Commissioni di inchiesta parlamentari che si sono stratificate nei decenni, tanto sulle stragi terroristiche, quanto sulla mafia, senza trascurare il monumentale lavoro della Commissione Anselmi sulla P2, che resta uno degli snodi ineludibili della storia repubblicana. La sostanziale impunità dei protagonisti delle trame piduiste è in diretto collegamento con i fatti eversivo-mafiosi del ’90-’94 e quindi con gli attuali assetti di potere. Non soltanto.
Bisognerebbe poi recuperare, ordinare e rendere accessibile allo studio il materiale prodotto in sede giudiziaria: la storia di ciascun processo che ha esplorato le responsabilità penali su fatti di mafia e stragi è importante almeno quanto le sentenze che sono state procurate. Ne abbiamo avuto un recentissimo saggio ascoltando il dott. Di Matteo in Commissione Antimafia pochi giorni fa, parlare dei primi tre processi sulla strage di Via D’Amelio. Diversamente il rischio è quello di precipitare nell’incubo di “Sisifo”, ricominciando sempre daccapo, condannati a non venirne mai a capo.
Ma poi c’è un’altra questione, che questo Paese dovrebbe prima o poi porsi, diventando progressivamente sempre più difficile la formazione della prova nei processi a causa del passare del tempo: la ricerca della verità su quei decenni può essere disgiunta dalla attribuzione di responsabilità penali ai protagonisti delle vicende medesime? In Italia si è combattuta una guerra che almeno in parte è terminata nel 1994, è possibile che la verità sia considerata in sé stessa una forma di giustizia verso le vittime, le loro famiglie e il Paese intero?
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